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giovedì 4 luglio 2019

Riti e monumenti nell’antico santuario di Saint-Martin-de-Corléans

AiQuattroVenti archeologia racconti di tempi lontani

Questa è la storia di un luogo sacro e mai dimenticato. È una storia lunga migliaia di anni, dalla fine del V millennio a.C. agli inizi del III millennio d.C.: dall’alba delle civiltà fino ai giorni nostri.

Si trova su un terrazzo della Dora Baltea, dove il fiume si piega. Un tempo questo era un punto di snodo delle vie di comunicazione a lunga distanza, oggi è la parte occidentale della città di Aosta.
  Non sappiamo molto delle prime genti che lo frequentarono, possiamo solo immaginare.

Il primo gesto sacro fu un’aratura.
  Anzi, una serie di arature eseguite in momenti diversi e periodicamente ripetute senza mai sovrapporsi. I solchi sono incisioni regolari, profonde venti centimetri, di forma triangolare e parallele; si estendono nella zona sud-orientale e si muovo da sud-ovest a nord-est.
  Li incisero tra la fine del Neolitico e gl’inizi dell’età del Rame, e legarono il luogo sacro all’agricoltura, mezzo di sussistenza e simbolo di fertilità e di vita.

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans aratura sacra

Poi scavarono i pozzi. 
  A nord, dove prima c’era una grande aratura ora non più visibile. I pozzi sono cilindrici, diversi fra loro, a volte grandi anche un metro e ottanta centimetri e profondi fino a due metri; raggruppati in direzione nord-est/sud-ovest.
  Dentro vi hanno deposto frutti, semi di legumi e cereali, macine di pietra e ciottoli; sopra ad alcuni hanno acceso dei focolari. Per tre secoli e mezzo hanno ripetuto gli stessi rituali legali ai culti agricoli, e le genti dopo di loro se ne sono presi cura, come ancora  oggi si fa con un luogo della memoria.

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans pozzi

Dopo mille anni, innalzarono pali di legno.
  Sia a nord sia a sud; nell’area nord-orientale ben ventiquattro, ravvicinati e disposti a nord-est/sud-ovest, attraversano l’area dell’aratura sacra. Ne rimangono le buche d’impianto, le pietre di rincalzo dei più grandi e alcuni resti carbonizzati di larice e pino silvestre.
  Li realizzarono poco alla volta, nel corso della prima metà del III millennio a.C.: scavarono le buche, vi deposero crani bovini, fiammarono l’estremità dei pali da interrare per conservarle più a lungo, eressero i pali e, alcuni, li sostituirono col passare del tempo. Costruirono, così, una sorta di percorso rituale.

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans pali lignei

Aggiunsero i monoliti.
  Paralleli e ortogonali alle linee di pali, modificano l’impatto visivo ed emotivo con la solennità della pietra: nove menhir e lastre con foro, più di quaranta stele antropomorfe. L’inizio del megalitismo.
  Mentre ancora si innalzano o sostituiscono pali, per la prima volta la sacralità del luogo è legata alla figura umana. Resa in modo sintetico, uomini e donne distinguibili solo dall’abbigliamento e dai loro strumenti, con altezze fino a tre metri. Rappresentano personaggi reali divinizzati e venerati, legati a culti religiosi, a rituali astronomici-astrologici, rivolti verso est/sud-est ad accogliere chi percorreva l’area sacra. 

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans statue stele

Trasformarono il santuario in sepolcreto.
  Nel rispetto delle strutture e dei riti precedenti: i monumenti tombali megalitici sorgono lungo gli allineamenti di legno e di pietra, li modificano e li integrano. Le stele sono abbattute, estratte intere dal terreno oppure tagliate con cura alla base e fatte cadere a faccia in giù. Col tempo alcune sono reimpiegate, intere o in frammenti, in diverse tombe in modo sistematico: è un’evoluzione, non una cesura.
  Le tombe, costruite durante l’età del Rame e utilizzate fino all’età del Bronzo Antico, sono diverse: dalle semplici ciste di pietra ai dolmen su piattaforma e alle complesse tombe foderate di lastre di pietra in una struttura circolare delimitata da muri. Come diversi sono i rituali funebri delle sepolture collettive: a cremazione, a inumazione, talvolta arricchite da un semplice corredo di ceramiche rituali, ornamenti in pietre dure, osso, conchiglia, rame, bronzo e manufatti in pietra scheggiata.

AiQuattroVenti archeologia tempi lontani Saint-Martin-de-Corleans statue stele

La storia continua.
  Con le sepolture e il tumulo dell’età del Ferro, l’abitato, la strada e la necropoli d’età romana, la chiesa di Saint Martin de Corléans del Medioevo, e perdura fino ai giorni nostri.
  Diverse le genti, diverse le culture, diverse le epoche, ma in un unico luogo sacro mai dimenticato.

Buon vento!

venerdì 3 marzo 2017

Di sabato a Milano, nel cuore del Progetto Porta Nuova

Per un sabato al mese, al mattino presto scendo dal treno nella stazione di Porta Garibaldi di Milano.
Attraverso la strada, prendo le scale mobili, percorro Piazza Gae Aulenti e proseguo fino alla scalinata che scende al Piazzale Principessa Clotilde e a Porta Nuova.
Arrivo quando i negozi sono ancora chiusi e gli operai già lavorano nei cantieri.

aiquattroventi-milano-piazzagaeaulenti

Mi piace:
la superficie lucida dei grattacieli che riflettono l'umore del cielo
l'acqua che scorre dalla fontana, indefessa
le vetrine illuminate dei negozi vuoti
il legno congiunto all'acciaio in forme sinuose
la sospensione dal tempo
le gru sempre in movimento
i pochi passanti, con l'aria di godersi la solitudine
i pali con le indicazioni stradali
la passerella sul traffico di Via Melchiorre Gioia
l'aria di città nuova
le promesse, mantenute e future

aiquattroventi-milano-progettoportanuova

Ritorno di sera e l'atmosfera pacata non c'è più: gruppi di persone che parlano e ridono in ogni lingua, scattano foto, discutono al telefono e vivono nei negozi.

Quando sono da queste parti mi sento felice, mi sento "a casa".

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sabato 18 febbraio 2017

Su e giù per Bergamo

In una luminosa domenica d'inizio inverno, andiamo a Bergamo per scoprirne le bellezze in compagnia di cari amici.

A Bergamo ci son stata tre volte, anni fa, per studio e per lavoro: non ricordo nulla. Perciò questa gita fuori porta ha il profumo della scoperta. Come guide abbiamo i nostri amici, che ci raccontano la città col calore dei ricordi e il sorriso della familiarità.

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Il centro di Bergamo bassa già mi piace molto. C'è gente che passeggia nel sole, all'uscita da messa, verso le case di parenti e amici o col solo desiderio di godersi la bellezza e la serenità. Mentre chiacchieriamo ci guardiamo attorno: negozi, pasticcerie, ristoranti, il mercatino coi suoi odori e colori, le pubblicità argute dei musei, i monumenti e, lassù, la città alta.
Dopo un pranzo da Eataly e un giro da Tiger (attrazione, ahimè, irresistibile), riprendiamo la nostra strada in mezzo a palazzi signorili di ogni epoca per arrivare con calma ai piedi della funicolare {}.

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Dunque, la funicolare... Le altezze non mi piacciono, divento nervosa, ma mi piace quel che posso trovare là in alto. Perciò ci salgo, guardo le piante che s'aggrappano ai bastioni veneziani del Quattrocento, sbircio verso i tetti in basso e tiro un sospiro di sollievo appena arriviamo.

Arriviamo in un altro mondo, che sa di antichità, di saggezza e ricchezza d'altri tempi. Le strade salgono e saliamo anche noi, prima verso la Rocca sul colle di Santa Eufemia, poi verso Piazza Vecchia con la Torre Civica duecentesca.

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Una meraviglia: sotto ai portici, sul pavimento, si mostra un orologio solare {}, con l'analemma: il sole, nel suo viaggio annuale, entra da un disco forato appeso sul lato meridionale dei portici e colpisce le costellazioni, gli equinozi, i solstizi.
Di fronte la cappella di Bartolomeo Colleoni, Capitano Generale della quattrocentesca Repubblica di Venezia - con il suo stemma sorprendente {} e lucido lucido - e la Basilica di Santa Maria Maggiore dai ricchissimi ed enormi arazzi. 

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Poi però il sole cala e il freddo punge. Ci vuole una pausa per un tè, una cioccolata con panna e una dolcissima polenta e osei.
Giunge l'ora di tornare a casa, verso altre pianure, altri fiumi e altre colline. In macchina non possiamo fare a meno di rivivere la giornata: la città è ricca, piena di sorprese e unica nel suo genere. Da rivedere presto, magari in primavera o all'inizio dell'estate, sempre con i nostri amici.

Che giornata, bellissima.

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 {All'inizio, nel 1887, era a vapore, sostituito cinque anni dopo con la trazione elettrica. 
 {Risale al 1798 e segna il passaggio del sole a mezzogiorno.
 {Pare siano tre testicoli, cosa di cui il Capitano Generale fu molto orgoglioso.

venerdì 20 gennaio 2017

In treno, prima dell'alba e dopo il tramonto

Sto viaggiando più del solito. Le mie destinazioni sono grandi città italiane: Milano, Roma, Torino, Bologna.

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Parto al mattino prima dell'alba. 
Prendo un treno, nel silenzio assonnato del vagone stanco. 
Faccio colazione in stazione, nel rumore assordante di cucchiaini e tazzine, ordini urlati da una parte all'altra del bancone, discorsi in ogni lingua e in ogni tono.  
Prendo un altro treno, nel quasi silenzio educato della gente che lavora. L'Italia scorre dal finestrino.
Arrivo in città, abbraccio le persone che passeranno con me questa giornata. Corriamo verso il luogo dell'appuntamento e il dove e il quando spariscono.
Poi, tra l'ultima luce e i primi bui, corriamo verso la stazione e ci salutiamo.
Prendo un treno, nel rumore caotico dei miei pensieri, mentre l'Italia si riavvolge oltre il finestrino.
Faccio mente locale in stazione. Seguo le luci arancioni e raggiungo il binario, zigzagando tra qualsiasi tipo di gente.
Prendo un altro treno, nel torpore della stanchezza. Combatto per non chiudere gli occhi e non perdere la fermata.
Arrivo la sera dopo il tramonto.

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Sto viaggiando più del solito. A Milano, Roma, Torino, Bologna. Delle città vedo ben poco, delle stazioni prendo le misure. Viaggiare per lavoro è una delle cose più belle che ci sia.

giovedì 17 novembre 2016

Milano di corsa

Dove vanno a finire i milanesi la domenica? 
Me lo chiedo mentre attraverso di corsa Piazza della Repubblica. Il lavoro mi porta a Milano nel fine settimana: ci arrivo presto e ne parto tardi, ogni volta a orari diversi e con treni diversi.
Le stazioni sono sempre piene, la stessa gente impegnata a cercare binari, amici, informazioni. Quando esco all'aria aperta, ho gli occhi golosi d'assaporare novità.

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Mi piace camminare in città, la mattina filtra tra le gocce di pioggia, la gente di sabato è ancora veloce, puntata verso gli impegni di lavoro, non si ferma, non guarda, parla al telefono, ascolta la musica, cammina persa nei pensieri verso gli obiettivi del giorno.

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Di domenica, invece, rimangono solo i viaggiatori: con le valigie su rotelle percorrono la  mia stessa strada al contrario. Qualcuno si ferma e mi chiede dov'è la stazione, poi mi sorride in spagnolo, francese e inglese. 
Ma i milanesi, dove sono? Li vedo correre infilati in tutine lucide e attillate, sudano concentrati, senza nulla negli occhi e la musica nelle orecchie. Corrono sui marciapiedi di città accanto alle macchine e ai tram. Li vedo trasportare sacche sportive, inseguiti da figli ciarlieri ed eccitati per l'imminente gara (calcio? Equitazione? Pallacanestro? Judo?) in cerca della macchina parcheggiata qualche isolato più in là.

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Li vedo sdraiati sotto i portici, circondati da borsoni, avvolti in bozzoli di coperte e cartoni. Si preparano un caffè, fumano la prima sigaretta, ripiegano e mettono via i propri averi, non parlano e non mi vedono. Forse non sono milanesi o forse sì.

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Il buio della sera addolcisce le strade e nasconde gli inganni, a tal punto che per entrare in stazione attraverso un ingresso "privato" (puzza di urina, corpi barcollanti, qualche folle risata, brontolii persi): giuro di non farlo mai più. Arrivo al binario, salgo sul treno e in mezzo ad altri viaggiatori continuo a farmi la stessa domanda: dove vanno a finire i milanesi la domenica? 
Forse da noi, al lago. Forse rimangono a casa, finalmente fermi. Forse visitano mostre, musei, gallerie o si perdono nel bagliore dei negozi. 
Non lo so, e da questo mi accorgo quanto io non sia cittadina.

Buon vento

giovedì 13 ottobre 2016

Roma, dove il (mio) passato s'incontra con il presente

Roma, venerdì 7 ottobre

Siamo partiti una mattina freddissima, molto prima che l'alba mostrasse i lineamenti del paesaggio. Due persone, due bagagli, due destinazioni importanti: il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini all'Eur e la Città dell'Altra Economia al Testaccio. 
Rappresentano il mio passato e il mio presente, assieme s'intrecciano e danno forma al mio futuro.

Arriviamo a Roma poco dopo l'acquazzone: pozzanghere immense obliterano i marciapiedi, mentre, con i bagagli al seguito, raggiungiamo il museo Pigorini.
Quindici anni fa, nel laboratorio di Paletnologia, ho disegnato i materiali della Collezione Quaglia per la mia tesi. Oggi incontro chi mi ha seguito in quei giorni e mi ha insegnato con pazienza e gentilezza a "fare l'archeologa". Nulla è cambiato: i miei ricordi riconoscono i luoghi, i volti, le voci e le personalità di chi ho frequentato per settimane.
In realtà tante cose sono cambiate: ora fa parte del Museo delle Antichità, assieme al Museo Nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci, il Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari e il Museo Nazionale dell'Alto Medioevo, e le recenti riforme ne hanno mutato la "geografia" interna.
Ricordo l'orgoglio di lavorare in questo grande e importante museo: fondato nell'Ottocento - il secolo della nascita dei primi musei archeologici in Italia e nel resto d'Europa - dal combattivo e lungimirante archeologo emiliano Luigi Pigorini col nome di Museo Preistorico, Etnografico e Kircheriano di Roma, diventa subito uno dei punti di riferimento dell'archeologia preistorica italiana e europea.
Ricordo la felicità di fare ricerche in biblioteca, negli archivi epistolari del Pigorini, di ricostruire un pezzetto di storia. Di sentirmi di nuovo bambina davanti alla Storia.

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Percorriamo le sale del museo preistorico in una visita guidata speciale: dalle origini dell'umanità al Neolitico e, infine, alle età dei metalli. Nella vetrina dedicata alle civiltà dell'età del Ferro, riconosco alcuni reperti della "mia" collezione: è come se, in mezzo a quegli oggetti carichi di storia, ci sia pure un pizzico di me e della mia storia ancora giovane.

Sono felice di essere tornata, di aver ritrovato studiosi indomiti e capaci di lavorare sempre con passione (nonostante la vita reale), di essere stata accolta con calore e con la prospettiva di nuovi progetti.
Sono felice, anche, di aver mostrato a mio marito una parte di quel mondo che ho tanto amato - e ancora amo.

E poi, via, ci spostiamo verso la Città dell'Altra Economia, verso una nuova avventura!

venerdì 29 aprile 2016

Un invito in Casa Bossi a Novara

Ci sono luoghi che conosci solo di nome e forse di fama: quando ti invitano a visitarli, la curiosità supera ogni barriera e ti predispone a qualsiasi tipo di scoperta.

È la mattina tiepida di un sabato marzolino, lascio le sponde del lago, attraverso le colline novaresi - quelle del buon vino - le risaie ancora asciutte (ma per poco) e giungo in città, sotto gli occhi della cupola di San Gaudenzio.
Novara è una città bella, con la storia scritta tra le vie e sui palazzi, a pochi passi da Milano - milanese nell'anima e piemontese di fatto. Una città piccola a cui non manca nulla, costruita su di una collina nel mezzo della pianura, tra torrenti e canali, risorgive e risaie - una città sull'acqua.
Vado a Novara per visitare Casa Bossi, il più bel palazzo neoclassico d'Italia, invitata dal Comitato d'Amore Casa Bossi.

Come sempre, quando visito una città, passo dopo passo costruisco una mappa mentale dei luoghi visitati. Questa è la mappa mentale di Novara:


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In Casa Bossi è come entrare nella mente di Alessandro Antonelli, quel genio del neoclassicismo (ti ricordi la Fetta di Polenta?): mi sembra di seguire i suoi pensieri, l'incedere del suo progetto, l'evolvere delle idee; quasi sento il tono della sua voce mentale, tra il buio freddo dell'ingresso e le nuvole di sole del cortile. Mi vien facile, perché c'è Franco Bordino, architetto e studioso dell'Antonelli, a raccontarci dei suoi pensieri, del suo progetto e delle sue idee.

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In equilibrio sotto la cupola verso Cassa Bossi

La storia di questa dimora la rende ancora più affascinante. Prima era un palazzo barocco della Contrada Sant'Agata, poi diventa un palazzo neoclassico all'ultima moda. È il 1857 e il suo nuovo proprietario, Luigi Desanti, è un ricco possidente corso, poco conosciuto da queste parti, ma intenzionato a far parlar di sé: sceglie una casa vicina alla basilica di San Gaudenzio (e alla sua futura strepitosa cupola) e per ristrutturarla vuole l'architetto più in voga (e più discusso) del momento.

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È permesso?

L'Antonelli accetta e fa la sua magia: ritmi che fluiscono dalla facciata agli interni, scanditi da pilastri portanti e pareti di mattoni - una scansione modulare visibile ovunque, dentro e fuori; una tecnica costruttiva all'avanguardia, che precorre l'uso del cemento armato. E poi l'attenzione ai particolari, per rendere ogni spazio comodo agli umani, agli animali (le stalle sono un esempio), a chi lavora e a chi si riposa. Una casa unica.

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I mattoni fan capolino

Quando il Desanti muore, il palazzo passa alle figlie e, infine, nel 1880 al Cavalier Carlo Bossi del Contado novarese - da cui prende il nome. Poi c'è la storia: le comodità tecnologiche, il nuovo secolo, la nuova cultura in città, il Futurismo e oltre.

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In cortile, sotto la cupola

Nel 1951 il figlio Ettore Bossi la lascia in eredità al Civico Istituto Dominioni. Passa un secolo dalla sua costruzione e Casa Bossi cade in rovina. Nel 1980 La Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte la sottopone al vincolo monumentale e storico-artistico e nel 1990 diventa proprietà del Comune.

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Piovono novità

Finché un gruppo di cittadini sensibili e coraggiosi prende in mano la situazione e crea il Comitato d'amore per la Casa Bossi: per promuoverne la conoscenza, lo studio e la divulgazione, e per far sì che questo monumento diventi un punto di riferimento per eventi, esperienze di fruizione e sperimentazione di iniziative.
Oggi al piano terra di Casa Bossi tornano le voci, lo scapiccio, l'impegno delle persone. Casa Bossi si riempie di vita, di cultura, storia, innovazione, passione, arte, artigianato, curiosità.

Buon vento, e che sia un vento di lungimiranza


Per saperne di più inizia da qui

Comitato d'amore Casa Bossi, a cura di, Un simbolo di Novara da salvare. Casa Bossi, Novara 2010
www.casabossinovara.com
 
 

lunedì 26 ottobre 2015

Milano: il cielo è sempre più blu in piazza Gae Aulenti

Sabato sono stata a Milano, la città che sa stupirmi ogni volta di più.
Ho incontrato delle amiche, uno di quegli incontri che ti ricaricano le energie per almeno un mese intero: tutti dovrebbero avere amicizie preziose.

Ogni volta che vado in città, rifiorisco: mi sveglio pimpante (anche se son le sei del mattino), considero con attenzione ogni particolare dei miei abiti, metto in borsa gli oggetti di cui non potrò fare a meno durante la giornata (libro per il viaggio, rossetto per eventuali ritocchi, ombrellino caso mai il tempo facesse le bizze), do un bacetto al Baldo e scappo in stazione. Appena salgo sul treno mi preparo a godermi il viaggio: fuori il libro e la matita, ché qui si studia!
Appena scendo dal treno, mi sorprendo a canticchiare col sorriso sulle labbra: amo la città, quell'aria di libertà che spira tra i palazzi e i passi frettolosi della gente, amo sentirmi di nuovo giovane e allegra, me stessa come non mai.
Canticchiando arrivo all'appuntamento e, abbraccio dopo abbraccio, bacio dopo bacio, mi lascio andare alla piacevolezza e al calore di queste ore assieme.

aiquattroventi-milano-piazzagaeaulenti-cielo

aiquattroventi-milano-piazzagaeaulenti-acqua

Dal cuore della stazione di Porta Garibaldi scivoliamo verso la luce del sole, attraversiamo sulle strisce, ammiriamo il Bosco Verticale - sospirando -, saliamo sulle scale mobili e ci troviamo nel bagliore di Piazza Gae Aulenti.
Una piazza che ogni volta mi fa esclamare: "Oh!" per la sua bellezza.
Col naso all'insù osservo il cielo specchiarsi e rompersi sulla facciata sinuosa delle torri di Cesar Pelli. Poi lo sguardo scivola sul piccolo lago centrale, dove l'acqua rimbalza in giochi di destrezza, tra i bambini che ridono e genitori che sorridono e un'atmosfera di calma spensieratezza. È vero, è una piazza dove si lavora, sotto di noi c'è un supermercato con l'andirivieni e il caos ripetitivo tipico di questi luoghi, attorno negozi sempre aperti con la loro cospicua dose di turisti, iniziative di ogni genere e sostanza si svolgono sotto il suo sguardo attento, eppure...
Mi sembra come se avessi preso un treno per il futuro o per una realtà parallela del nostro presente. Ricordo le descrizioni di mio padre, cresciuto nel quartiere Isola, qui accanto, e sento uno stridio di sottofondo: come dei freni azionati dopo una velocissima corsa su rotaie.
Dal concetto astratto di lontane lezioni sui paesaggi turistici, mi ritrovo a osservare il cuore pulsante del fenomeno - edilizio, geografico e sociale - di gentrificazione; qui a Milano.

sabato 10 ottobre 2015

I viaggi son fatti anche di liste

Io e la geografia non ci siamo mai prese più di tanto. Io la trovavo noiosa e lei - be', non ho mai saputo cosa pensasse di me.
Ci siamo avvicinate un poco durante le campagne archeologiche: scavare nel terreno in cerca di tracce del passato mi ha fatto intuire la sua essenza.
La geografia non va letta sui libri di scuola e basta, non va studiata sulla fiducia: è una realtà complessa e va vissuta in prima persona. Percorrendo le strade, riconoscendo i paesaggi, confrontando il passato col presente, contando i passi che separano la fonte del fiume dalla sua foce. La geografia è la somma di tutte le discipline studiate a scuola: storia, matematica, letteratura, diritto, tecnica, ginnastica, arte... La geografia è La Summa ed è viva.

Ho conosciuto un geografo, tempo fa. Amava la geografia e l'onorava con tutto se stesso: dalla rotondità dell'epa, alla saggezza accumulata nei suoi viaggi. Mi ha trasmesso il suo amore e, assieme, anche qualche trucco di vita.
Come le liste delle cose da portare con sé nel bagaglio durante un viaggio. Anzi, durante tutti i tipi di viaggi. Luoghi freddi, caldi e temperati. Al mare, in montagna, in campagna o in città. Viaggi brevi, viaggi lunghi. Posti sperduti nel nulla o luoghi frequentati fin troppo.
Ogni viaggio ha la sua lista, diceva. Inizia a scriverne una alla prima occasione, poi di volta in volta aggiungi o togli qualcosa per adeguarla al nuovo viaggio. Ti troverai presto con tante liste quanti sono i tipi di viaggio e preparare i bagagli non sarà più un problema.
La prima occasione per me è stata la vacanza a Roma: viaggio in città di una settimana a fine estate.
Ho scritto la lista del bagaglio un paio di settimane prima di partire, il giorno dopo ho compilato la lista delle cose da fare e l'ansia da viaggiatrice una tantum s'è acquietata.

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La mia lista è divisa in più parti: l'elenco del guardaroba con i vestiti e gli accessori per otto giorni in città, e gli elenchi "fissi" dei prodotti della cura personale (dallo spazzolino al rossetto, passando per le lenti a contatto), degli oggetti tecnologici (telefono, fotocamera, caricabatterie e batterie), di quelli per lo svago (libri, taccuino e diario di viaggio) e l'elenco dei documenti. L'ho scritta su tre fogli coi buchi e li ho portati con me in una busta di piccole dimensioni: accanto a ogni voce c'è un quadratino da sbarrare uno dopo l'altro man mano che inserisco le cose nel bagaglio - un trattino a matita verso destra all'andata e uno verso sinistra al ritorno.

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Lista visiva delle cose da tenere in borsa: il diario di viaggio, la bottiglietta d'acqua, gli occhiali da sole, l'astuccio con matite e gomma, il disinfettante per mani, la liquirizia, la farfalla portapasticche, la macchina fotografica, la penna, il taccuino, il portamonete, la tavoletta di cioccolato fondente, l'astuccio del pronto intervento.

Di solito scarabocchio e butto le liste nel cestino, ma non questa volta: ho cancelllato i trattini a matita e l'ho riposta al sicuro in una piccola agenda, il mio quaderno dei viaggi.
Non si sa mai, potrei averne bisogno presto.

Buon vento



giovedì 24 settembre 2015

Vacanze romane

Sono stata in vacanza a Roma, per una settimana, da sola. Parto per curare la stanchezza mentale e la cura è: fare il pieno di bellezza, ho bisogno di rinnovare le emozioni.
Non so se la cura funziona. Per quanto Roma sia uno scrigno di bellezze, il mio sguardo si ferma su altro, il lato B della città. E le emozioni rimbalzano.
Parto da sola, ma divido le mie giornate tra peregrinazioni solitarie e incontri con persone speciali. Guidata da loro vedo Roma attraverso un caleidoscopio di abitudini, sentimenti, racconti. Vedo la loro Roma, che mi riempie l'anima e dà forma alle strade e colore ai palazzi.
Volevo fare il pieno di bellezza - dicevo - e lasciare che gli occhi ingurgitassero i marmi, le argille, l'oro dei mosaici, le forme rigorose o barocche, le cime vaporose dei pini marittimi scossi dal Ponentino. Ma quando sono sola vedo soprattutto tanta gente proveniente da ogni parte del mondo, turisti mirmidoni e abitanti esotici. Gente con una missione nella vita quotidiana, un compito da svolgere entro sera con una buona parola al dio dei trasporti: che tutto vada bene, che tutto funzioni, che l'aria sia sufficiente là dentro, che lo spazio abbondi...
A volte scopro angoli della città di cui subito m'innamoro, luoghi carichi di storia e poesia, dove il tempo si ferma mentre tutto attorno il traffico e la fretta non danno tregua. Nuovi luoghi dell'anima da collocare nella mia mappa mentale: tornerò tra qualche anno per assicurarmi che la loro magia sia rimasta immutata. 

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Le città hanno su di me un effetto positivo: quel senso di libertà misto alla scoperta dell'eterno nuovo mi rende viva. Qui, invece, mi sento schiacciata: dal caldo anomalo settembrino, dall'implacabile ressa di gente, dai mezzi di trasporto spaventosi. La sera, da sola nel buio della mia stanza, mi chiedo cosa mi stia succedendo. Roma, l'Urbe, non è una vera città: è un parco giochi logorato, invaso da turisti, mendicanti e uomini in giacca e cravatta o tonache lunghe. Così tanti stranieri da formare uno strato impermeabile. Non ero pronta.
Un'amica mi dice: " Spero che Roma sia all'altezza delle tue aspettative". Rispondo: "Sono io a non essere all'altezza delle mie aspettative - troppa stanchezza, forse."
Ma in realtà la risposta è una sola: sono passati quindici anni dal nostro ultimo incontro, Roma s'è fatta più indifferente, io mi son fatta più sensibile - siamo cambiate entrambe, Roma e io.

lunedì 25 maggio 2015

Cityteller: una app per passeggiare in città sfogliando le pagine d'un libro

Due domeniche fa ero al Salone Internazionale del Libro di Torino. La mia prima, bellissima volta: immersa in un mare di libri, infiniti libri, mi sentivo perfettamente a mio agio. Ho curiosato, sfogliato, domandato, raccontato, ascoltato, acquistato e sognato (grandi sogni a occhi aperti). Poi, quasi alla fine della visita, ho incontrato un piccolo stand: Cityteller, diceva. Mi sono fermata e ho chiesto informazioni.

Cityteller è una app gratuita (la trovi su Google Play e su Apple Store), ma anche una comunità di Viaggiatori di Libri (VdL), cioè coloro che viaggiano nel mondo tra le pagine degli autori più amati.
Assieme costruiscono una grande mappa e disegnano percorsi nelle città: ogni passo è il brano di una storia ambientata proprio lì.
Mi brillano gli occhi solo all'idea: viaggiare in tre dimensioni al contempo - sui marciapiedi delle città, tra le righe di un romanzo e nelle emozioni! Naturalmente voglio farne parte. Leggo con attenzione il pieghevole e scopro di poter usare Cityteller in modi diversi:
  • consultare una vera e propria mappa con i luoghi da scoprire attraverso le citazioni letterarie;
  • arricchiere la mia bacheca, aggiungendo spunti di lettura e di viaggio miei e di altri VdL;
  • partecipare alla creazione della mappa, fotografando il libro e inviando la citazione del luogo raccontato;
  • condividere l'esperienza emozionale di un luogo raccontato in un libro con l'intera comunità.
Sono pronta, cerco l'applicazione e la scarico sul telefono: Cityteller è una mappa geo-emozionale che racconta le città attraverso i libri, mi dice e già sorrido.
Poi corro a prendere Addio alle armi di Ernest Hemingway: scatto una foto alla pagina in cui parla del Grand Hotel Des Iles Borromées, aggiungo le informazioni del libro e del luogo e aspetto col cuore che batte. Nel giro di ventiquattro ore la mia citazione compare sulla mappa di Cityteller: è emozionante sapere di far parte di questa comunità!

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Nel frattempo curioso e mi perdo tra le citazioni e i percorsi: prima li cerco per autore, poi per genere letterario, per città e anche per hashtag. Divertentissimo e che gran voglia di viaggiare!

Con Cityteller sono diventata un'entusiasta Viaggiatrice di Libri, e tu?

giovedì 2 aprile 2015

Una passeggiata a Fitzrovia, sulle tracce di Virginia Woolf

Non è vero che il tempo passa: c'è un luogo dentro di noi in cui si ferma. Posso chiudere gli occhi, evocare quei ricordi e sono di nuovo lì: domenica mattina, il primo giorno di marzo, sto passeggiando nel quartiere Fitzrovia, a Londra.

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C'è un silenzio. Si sentono solo le folate di vento: le macchine sono ferme nei parcheggi, le saracinesche riposano abbassate sulle vetrine, qualche insegna luminosa sbadiglia sopra i bar. Poche persone per le vie, probabilmente altri turisti, o qualche genitore in visita ai giovani studenti.
Questo è un quartiere vivace, culturalmente vivo e orgoglioso - un assaggio ne ho avuto due sere fa - ma di domenica è tutto silente.
Un paio d'ore non sono abbastanza per conoscerlo, però l'atmosfera irreale - e un po' di nostalgia precoce - mi fa credere che tutto sia possibile. Come incontrare l'anima di Virginia Woolf passeggiando.

Mappa della città alla mano, mi dirigo in cerca di Fitzroy Square, gli occhi scrutano il più possibile e archiviano informazioni indelebili. Solo a scriverne ho già voglia di essere lì.
E così, tra strade deserte, negozi di meraviglie addormentate, mattoni bruniti dal sole, ingressi sonnolenti, l'incanto di un giardino segreto e i passi attutiti di una donna vissuta anni fa, mi perdo in un sogno.

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Mi risveglio mentre cerco il pub Fitzroy Tavern, dove si riunivano giovani artisti, intellettuali e politici all'inizio del secolo scorso.
Mi chiedo cosa si prova a far cambiare un tratto di storia con le proprie idee, a volere fortemente e fare il cambiamento, e... arriva il taxi: le valigie son già nel baule assieme alle mie domande. Cercherò le risposte tra le righe dei libri di Virginia, chiuderò gli occhi e immaginerò.

giovedì 5 marzo 2015

Una passeggiata nel centro di Londra

Ero a Londra, questo fine settimana. Da venerdì sera a domenica mattina, per un totale di quaranta ore - in realtà, togliendo le sedici ore di sonno e l'ora di viaggio in taxi verso l'aeroporto, fanno ventitre ore londinesi. Un viaggio programmato da tempo, ma per vari motivi mai organizzato: si parte, si va e poi si decide. Magari non si torna (desiderio).

Arrivo a Londra in treno, dalla stazione di Epsom della contea del Surrey, in Inghilterra. Colpita dalla velocità dei bigliettai, dalla puntualità dei treni, dalla pulizia e dal costo del viaggio (alto). In molto meno di un'ora, al posto di campi verdi e cavalli al galoppo, trovo la città.
Dalla stazione di London Victoria alla fermata della metropolitana a Euston Square e poi all'albergo lungo Gower Street, sul confine tra i due quartieri di Bloomsbury e Fitzrovia. È buio, ormai, i mattoni degli edifici universitari si tingono di bruno, le luci della via si accendono di giallo e la gente scorre sui marciapiedi e attraversa le strade in gruppi, ridendo e scherzando ad alta voce. È venerdì sera: i mille locali tradizionali e alla moda accolgono i londinesi festanti, i vetri appannati e le porte che, aprendosi, lascian fuggire la musica e il vocio gioioso.

Vedo tutto questo e sto bene: la vivacità, la confusione, la gente che sa dove andare e la storia di questi posti mi riempiono l'anima. Sono stanca, ma non vedo l'ora di posare la valigia in albergo e scendere di nuovo per strada a cercare un locale per mangiare (cucina tipica, of course). 

La vera vacanza inizia, quindi, con un original beef pie (il saporito tortino di pasticcio di carne alla birra) al Rising Sun di Tottenham Court Road e continua il giorno dopo con un interminabile giro turistico nel cuore della città: dal centro del potere politico e religioso di Westminster - Downing Street, Buckingham Palace, Westminster Abbey, House of Parliament e il Big Ben - agli animali nel verde di St. James's Park; da una riva all'altra del Tamigi attraverso l'azzurro London Bridge; dalle mura storiche della Tower of London alla silhouette illuminata da mille lucine di Harrods.

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Leggo i nomi delle strade, riconosco qualcosa di noto, registro colori, forme e sapori. Mentre il vento scompiglia la stanchezza e arruffa i ricordi (son già stata in questa città - e me ne ero già innamorata - più di vent'anni fa), provo uno strano sentimento, come di ritorno e di scoperta fusi assieme. Purtroppo ricordo poco di Londra, ma so di esser stata felice: bevo ogni sensazione per farne il pieno.

La giornata pian piano scivola verso la fine, seguo le ripide scale della metropolitana e mi ritrovo in albergo. Una cena tranquilla al pub Malborough Arms di Torrington Place: a quest'ora di sabato le strade e i locali son quasi vuoti, posso godere fino in fondo dell'atmosfera e sondare le mie emozioni. Provo un irrefrenabile desiderio di fermarmi qui, a tempo indeterminato.

mercoledì 18 febbraio 2015

Passeggiando per Torino m'imbatto in una Fetta di Polenta

Questa domenica nevicava e siamo rimasti a casa: un sonnellino in più e qualche lavoro da portare avanti. Sarei uscita volentieri per pattinare sul Lagone ghiacciato e lasciare le mie impronte sui sentieri innevati attorno, ma un po' di riposo non guasta. Oltretutto la mia passeggiata l'avevo già fatta: venerdì ero a Torino.

Torino è una città che non conosco. Sono una "piemontese per caso" e le mie origini mi portano a Milano. In questa punta estrema, poi, siamo talmente lontani dal resto del Piemonte da sentirci più affini ai lombardi: raggiungere Torino con i mezzi di trasporto pubblici è un'avventura rocambolesca.
La storia stessa ci ha resi milanesi prima che piemontesi.

In ogni caso, eccomi di nuovo a zonzo per Torino.
Il bello di Torino è che scendi dal treno e sei già in centro: e dal centro raggiungi i quartieri interessanti con una passeggiata corroborante. Quasi sempre col naso all'insù.
Nella mia testa ho disegnato una mappa della città: non credo corrisponda alla realtà, ma con queste coordinate riesco a orientarmi e ogni volta aggiungo una strada in più.
A grandi linee ecco la mia mappa mentale di Torino:

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Venerdì sono stata nel Quadrilatero Romano e nel Quartiere Vanchiglia. Due realtà diverse: se il primo mi affascina per il profumo persistente di storia antica, l'altro mi riserva sorprese inaspettate - come la Fetta di Polenta.
In realtà si chiama Casa Scaccabarozzi, dal nome della moglie dell'architetto Antonelli, che l'ha progettata nell'Ottocento. Sì, quell'Antonelli che dà il suo nome alla Mole e alla cupola di San Gaudenzio a Novara.
È un palazzo portentoso: a base triangolare, è alto e lungo 27 m con una facciata di 5 m e il retro di soli 70 cm! Si dice che Antonelli l'abbia progettato e vi abbia abitato in seguito a una scommessa...

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Mi sono fermata, l'ho fotografato (nonostante la luce fioca), ho letto la targa e ho immaginato: ci sarà il bagno in quei 70 cm? Oppure un ripostiglio? La scala no di sicuro e nemmeno il salotto...

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Mi appunto mentalmente di informarmi, per saperne di più. Torino è una città tutta da scoprire: con calma, scarpe comode (ma eleganti) e tanta curiosità.

giovedì 11 dicembre 2014

Mi piace

Mi piace viaggiare in treno, perché si fanno sempre incontri particolari. Immagino le storie di chi è seduto vicino a me e di chi attira la mia attenzione. Vedo dei fili colorati che s'intersecano col mio e forse, come già mi è capitato, con uno di questi intreccerò un nodo a doppia asola - che si scioglierà solo dopo tanto, tantissimo tempo.
Mi piace viaggiare in treno, osservare fuori dal finestrino e provare la buffa sensazione d'esser ferma, mentre tutto là fuori gira come una trottola mai stanca.
Osservo fuori dal finestrino e lascio andare i pensieri in libertà. E quando i pensieri si fanno più insistenti, mi piace aprire il mio quaderno, togliere il tappo alla biro blu e scrivere. Riuscissi a scrivere alla velocità del pensiero, sarei l'autore più prolifico di tutti i tempi. Inseguo le emozioni ricamando i fogli bianchi con l'inchiostro, tra i quadretti azzurri, con gli occhi ancora pieni di immagini in movimento.

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Mi piace scender dal treno, camminare lungo i binari e far conoscenza con le nuove stazioni. Mi piacciono le stazioni ferroviarie, anche le più brutte: ognuna ha il suo carattere, la sua gente e le sue regole.
Mi piace uscire dalla stazione ed entrare finalmente in città. Ciao, città. Mi sei mancata.
Scendo dal treno, percorro il binario, esco dalla stazione. Attraverso la strada e lascio che i miei occhi ritrovino i particolari noti e catturino distrattamente le novità. Mi sento bene, mi sento a mio agio: la persona giusta nel posto giusto al momento giusto. Mi sento a casa.
All'improvviso un'emozione avvolgente mi riempie la mente: sono felice di essere qui, in città, da sola. Perché quando passeggio in città da sola coi miei pensieri, tutto è più vivo, lucido e brillante. Tutto è più vero.

mercoledì 26 novembre 2014

Il giardino dei ricordi

Non ti capita mai di sovrapporre due ricordi di diversa natura e non sapere più quale sia la realtà e quale la fantasia? A me a volte succede. 
Domenica scorsa siamo stati a Varese, una città che ho nel cuore, perché qui sono nata e ho passato le mie estati da bambina. È un luogo dell'anima, circonfuso della luce ovattata dell'infanzia. Proprio mentre passeggiavo con il marito e il cane nei giardini di Palazzo Estense, sono tornati a galla dei ricordi intrecciati tra di loro. 

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Molti anni fa (ma molti molti) avevo letto il libro Peter Pan nei Giardini di Kensington e mi aveva lasciato il ricordo lieve di bambini che giocano a una fontana, aiuole fiorite delimitate da cordoli a forma di sassi appuntiti, alberi alti, viali e vialetti che s'incrociano l'uno all'altro e poi s'allontanano a dar forma a nastri di ghiaia, piccole fate nelle corolle dei fiori e i colori delle ombre e del sole attraverso i rami e oltre le siepi. Della trama non ricordo più nulla, ma l'ambientazione mi è molto precisa.
Molti anni dopo (ma molti molti), mi stavo recando al Museo Archeologico di Villa Mirabello per motivi di studio e mi sono ritrovata ad attraversare lo stesso giardino. Come mi sono stupita! Nella mia memoria i Giardini Estensi si erano trasformati nei Giardini di Kensington, ero sicura di averli incontrati solo nel libro e quasi mi aspettavo di vedere le fate uscire dai fiori e venirmi incontro.
Poi, pian piano, si sono risvegliati altri ricordi: io, la mamma e la nonna che passeggiamo lungo i vialetti all'ombra dei pergolati; il trenino che passa sotto la galleria; una giostrina appesa alla parete di una casetta, io seduta su una navicella spaziale che ruota dall'alto verso il basso poi di nuovo in alto e in mezzo la luna sorridente a cui cerco di toccare il naso; il disco infinito della fontana, dove mi fermo a guardare le barchette a vela sospinte dai bambini. 

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Domenica mi sono divertita a farmi prendere per mano da questi ricordi e a rincorrerli sul far della sera. Mentre il Baldo andava a caccia di nuovi odori e il marito ascoltava paziente le mie esclamazioni di gioiosa scoperta.

Buon vento dei ricordi...
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